“Bagnare il tappo” sembra una superstizione da cantina, invece è fisica dei materiali. Ho notato che molti conservano il vino come se fosse una bottiglia qualunque: in piedi, vicino alla cucina, magari sopra il frigo “tanto è comodo”.
Poi, mesi dopo, aprono e trovano un vino stanco, ossidato, con quel profumo piatto che sa più di aria che di uva. Il punto non è romanticismo: è tenuta. Se il tappo perde elasticità, perde anche la sua capacità di sigillare, e l’ossigeno, lentamente ma inesorabilmente, entra.

Il sughero è un materiale vivo e poroso, composto da cellule piene d’aria che lo rendono elastico e comprimibile. Quando resta troppo secco, si ritira. E quando si ritira, anche di pochissimo, crea microcanali tra sughero e vetro. Non serve un buco evidente: basta una trafilatura minima per aumentare gli scambi gassosi e accelerare l’ossidazione. È qui che “tenere il tappo leggermente bagnato” diventa una regola sensata.
Perché il tappo deve restare umido… ma non fradicio
La soluzione pratica è conservare le bottiglie con tappo in sughero in orizzontale, o con una leggera inclinazione, in modo che il vino tocchi il tappo. Non deve inzupparlo: deve mantenerlo elastico. Ho notato che le bottiglie lasciate in piedi per mesi non sempre “si rovinano”, ma aumentano la probabilità che il tappo asciughi, soprattutto in ambienti caldi o con aria secca. Il rischio cresce con il tempo e con la qualità del tappo: alcuni sugheri sono più densi e resistono meglio, altri più economici soffrono prima.
Attenzione: questo discorso vale per tappi in sughero naturale o tecnico. Se parliamo di tappo a vite, il problema non esiste: lì la tenuta è affidata alla capsula e alla guarnizione, e la bottiglia può stare tranquillamente in verticale. Anche per alcuni tappi sintetici la necessità è minore, ma spesso la conservazione orizzontale resta comunque una scelta comoda per stabilità e spazio.
Le altre tre cose che rovinano il vino più dell’umidità del tappo
Tenere il tappo “in forma” è solo un pezzo del puzzle. Se la bottiglia sta vicino a fonti di calore o subisce sbalzi termici continui, il vino si espande e si contrae: aumenta la pressione interna e stressa il tappo, favorendo microperdite. Ho notato che la cucina è il posto peggiore non per una questione estetica, ma perché ha picchi di temperatura e odori.
Poi c’è la luce: soprattutto quella diretta o intensa, che accelera reazioni indesiderate. Infine le vibrazioni: sembrano dettagli, ma su conservazioni lunghe non aiutano.
L’ideale è un ambiente fresco e stabile, con temperatura costante (indicativamente 12–18 gradi), buio o penombra, e umidità non troppo bassa. Se l’aria è estremamente secca, il tappo soffre di più; se è troppo umida, rischi muffe esterne sull’etichetta, non sul vino.






