La prima volta che ho visto una crostata senza la bucherellatura ho pensato a un incidente domestico. In realtà era solo ignoranza tecnica. La pasta frolla, a differenza di quella sfoglia, non ha bisogno di sviluppare strati, ma ha bisogno di respirare.
Se non la buchi, in forno si comporta come un palloncino: l’aria intrappolata tra gli strati si espande, il vapore acqueo del burro cerca una via di fuga e non la trova, e la base si gonfia in modo irregolare. Succede sempre, anche se stendi perfettamente, anche se la frolla è fatta con le migliori uova del mercato. La forchetta non è un vezzo estetico, è una questione fisica: quei buchi sono valvole di sfogo che permettono al vapore di uscire senza sollevare la pasta.
Poi c’è il discorso della cottura alla cieca. Se la crostata ha una farcitura liquida o che cuoce meno tempo, devi pre-cuocere il guscio. E lì, senza bucherellare, è un disastro annunciato. La frolla si ritira, si deforma, si crepa. I buchi tengono tutto in posizione, ancorano la pasta alla teglia. E l’uovo? Quello serve dopo, ma ci arrivo.
Stendere la frolla è il primo momento critico. La tiro fuori dal frigo, dove ha riposato almeno un’ora. La metto sul piano infarinato e comincio a stenderla con il mattarello, dal centro verso i bordi, ruotando la pasta di quarti di giro. Lo spessore giusto è tra i 3 e i 4 millimetri: troppo sottile si rompe, troppo spessa resta cruda dentro. La adagio sulla teglia imburrata, facendola aderire bene senza tirare. Il bordo in eccesso lo taglio passando il mattarello sopra la teglia.
A questo punto arriva la forchetta. Bucare il fondo in modo uniforme, con decisione, senza paura di attraversare la pasta. I buchi devono arrivare fino alla teglia, altrimenti non servono. Poi metto la teglia in frigo per altri 30 minuti: il freddo rassoda il burro e la pasta manterrà la forma in forno.
Quando la tiro fuori, la rivesto con carta forno e la riempio con i pesi. In forno a 180 gradi per 15 minuti, poi tolgo carta e pesi e la rimetto per altri 5-10 minuti, fino a quando il fondo è asciutto e leggermente dorato. Qui entra in gioco l’uovo: ne sbatto uno e lo spennello sul fondo caldo. L’uovo coagula formando una pellicola impermeabile che sigilla la pasta, impedendo alla farcitura liquida di impregnarla e renderla molle. È lo stesso principio della glassatura in pasticceria: una barriera tra due mondi.
La stessa attenzione agli aromi la uso quando sostituisco ingredienti. La vaniglia si cambia con la scorza di agrumi perché entrambi contengono terpeni termostabili che resistono alla cottura. Se uso la menta, il mentolo evapora a 80 gradi e in forno non sento più nulla. Se uso il cardamomo, i suoi esteri tengono fino a 200 gradi. Funziona come per la frolla: se non conosci il comportamento degli ingredienti, il risultato è casuale. La forchetta non perdona, il forno nemmeno.
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