A Capodanno il copione è quasi sempre lo stesso: si brinda, si ride, si sgranocchia qualcosa fino a tardi e, quando finalmente il cenone rallenta, arriva quel momento “serio” che mette tutti d’accordo.
La tavola si svuota, le chiacchiere si fanno più lente e qualcuno dice la frase rituale: “Facciamo un caffè?”.
Subito dopo spunta anche l’altra domanda, quella che divide famiglie e comitive da generazioni: ma quando va bevuto l’ammazzacaffè? A quel punto, inevitabile, nasce anche il seguente dubbio: quale si beve prima tra i due? Perché sulla carta sembrerebbe scontato, ma nella pratica tra vassoi di bicchierini e tazzine fumanti l’ordine si confonde, e spesso si finisce per fare “come capita”.
Se parliamo di tradizione italiana e di un fine pasto “classico”, l’ordine corretto è uno: prima il caffè, poi l’ammazzacaffè. Il motivo è semplice e, una volta capito, non lo dimentichi più. Il caffè è il vero sigillo del pasto: chiude la parte gastronomica, pulisce la bocca dal dolce o dal salato e dà quel piccolo colpo di energia che, a Capodanno, è quasi provvidenziale. L’ammazzacaffè, invece, arriva dopo come chiusura ulteriore: è un digestivo, un gesto conviviale, una nota aromatica finale che “finisce” la serata a tavola.
Un amaro molto balsamico, una grappa importante o un liquore particolarmente dolce possono alterare la percezione del caffè: se li bevi prima, rischi di sentire la tazzina più amara, più piatta o semplicemente diversa da come dovrebbe essere. In altre parole, servendo prima il caffè dai a ciascuno il suo spazio: prima l’aroma tostato e caldo della tazzina, poi la parte liquorosa che chiude e accompagna le ultime chiacchiere.
Il nome inganna, e infatti è qui che spesso nasce la confusione. “Ammazzacaffè” non significa che sostituisce il caffè o che viene prima: significa che arriva dopo, quasi a “spegnere” la scia aromatica del caffè e a segnare la fine del fine pasto.
Detto questo, a Capodanno le eccezioni sono frequenti e anche legittime. In molte case si porta a tavola un unico vassoio con tutto: caffè, amari, grappe, limoncelli, magari anche un cioccolatino. In quel caso l’ordine diventa più libero e si trasforma in un “servizio da salotto”, dove ognuno sceglie in base ai propri tempi. Un’altra eccezione è il caffè corretto: qui non stai scegliendo tra caffè e ammazzacaffè, ma li stai unendo nello stesso gesto, con sambuca, grappa o altro, e il rituale cambia.
Se vuoi andare sul sicuro e fare una bella figura da padrona di casa, la soluzione migliore resta quella più semplice: proponi prima la tazzina, poi offri due opzioni di digestivo, ad esempio un amaro e un distillato. Così rispetti la tradizione, valorizzi i sapori e lasci libertà a chi preferisce chiudere in modo più leggero o più deciso.
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