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Bevande

Gin Tonic perché veniva definito il “drink salutare”, la storia ce lo dice

Il gin tonic viene chiamato “drink salutare” per una ragione storica molto concreta: nasce come espediente per rendere bevibile una bevanda legata alla prevenzione della malaria. Oggi non è una medicina, ma la sua fama “più leggera” rispetto ad altri cocktail si è costruita proprio su quell’origine e su alcune scelte di preparazione che possono incidere su calorie e zuccheri.

gin tonic

La prima cosa da mettere in chiaro è che non esiste un consumo di alcol davvero “sicuro”: anche quantità ridotte hanno effetti sull’organismo e, sul lungo periodo, non possono essere considerate neutre. Eppure, nella percezione comune, il gin tonic è rimasto un’opzione “meno dannosa”, quasi un compromesso accettabile. Questa reputazione non nasce dal nulla: è il risultato di una storia affascinante e di un dettaglio tecnico spesso ignorato, cioè la presenza del chinino nell’acqua tonica, oggi in quantità molto più basse rispetto al passato.

In più, a differenza di cocktail molto zuccherini, il gin tonic può essere costruito in modo più essenziale: distillato, acqua tonica e agrume. Se si scelgono versioni con meno zuccheri, si ottiene un drink percepito come più “pulito” e meno pesante. È qui che la leggenda del gin tonic “salutare” trova terreno fertile, anche perché il suo profilo amarognolo tende a invitare a sorseggiare con calma. Ma attenzione: la differenza la fa soprattutto il mixer, cioè quanta tonica zuccherata finisce nel bicchiere e con quale frequenza si beve.

La vera origine: quando il gin tonic era una necessità, non una moda

Per capire perché il gin tonic si sia portato addosso questa aura “benefica” bisogna fare un salto nell’India dell’Ottocento, in pieno contesto coloniale. Lì la malaria era una minaccia quotidiana e il chinino, estratto dalla corteccia dell’albero di china, era uno dei rimedi usati per proteggere e curare. Il problema era il gusto: amarissimo, difficile da mandare giù. Da qui l’idea pratica di mescolare la bevanda con ingredienti che la rendessero tollerabile. È in questo passaggio che il racconto si fa potente, quasi epico, e arriva fino alla frase attribuita a Winston Churchill: “Il gin tonic ha salvato più vite inglesi di tutti i dottori dell’Impero”. Un modo efficace per spiegare come un gesto di sopravvivenza sia diventato col tempo un rituale sociale.

La storia, però, va letta per quello che è: un’origine legata a un contesto sanitario specifico, non un lasciapassare per bere senza pensieri. L’acqua tonica moderna contiene ancora chinino, ma in quantità talmente basse da non poter essere considerata un trattamento. Quello che resta è il simbolo: un cocktail “nato per necessità” che oggi viene ricordato come se avesse conservato proprietà curative. È proprio questa sovrapposizione, tra memoria collettiva e abitudine contemporanea, che alimenta l’etichetta di drink salutare anche quando il bicchiere, in realtà, è solo un bicchiere di alcol con un mixer più o meno zuccherato.

Il punto che cambia tutto: non è il gin, è come lo prepari

Se il gin tonic viene visto come più “leggero” è perché, in alcune versioni, può avere un contenuto calorico inferiore rispetto ad altri drink e soprattutto rispetto a cocktail ricchi di sciroppi, succhi e ingredienti dolci. Ma il confine è sottile: basta scegliere un’acqua tonica molto zuccherata, abbondare con le quantità, aggiungere garnish dolci o bere più bicchieri in poco tempo perché l’etichetta di “leggero” perda senso. Ecco perché il vero nodo è il mixer: la tonica può trasformare un drink essenziale in una bomba di zuccheri, con effetti su fame, voglia di snack salati e calorie complessive della serata. In altre parole, non è il nome del cocktail a fare la differenza, ma ciò che ci finisce dentro e con che ritmo lo consumi.

Esiste poi un altro equivoco che la storia si porta dietro: l’idea che “amaro” significhi automaticamente “salutare”. L’amaro può rallentare la bevuta e ridurre l’impulso a mandar giù in fretta, e questo è un vantaggio pratico, perché limita gli eccessi improvvisi. Ma non cambia la natura del prodotto: resta alcol. La lettura più onesta è questa: se una persona decide comunque di bere, può scegliere una combinazione che non aggiunga inutilmente zuccheri e calorie, puntando su un profilo più semplice. Il gin tonic, preparato con criterio, può rientrare in questa logica, ma chiamarlo “salutare” è un salto troppo grande. La storia spiega l’origine del mito; il presente ricorda che la moderazione è l’unico vero filtro.

Sara Colono

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Sara Colono

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