Insalata in busta: è più sicura di quella dell'orto
Insalata in busta: è più sicura di quella dell’orto

L’insalata in busta è stata spesso demonizzata come poco salutare ed anzi piuttosto dannosa per la nostra salute. Soprattutto ultimamente l’argomento ha tenuto banco in diverse trasmissioni televisive e sulle pagine dei maggiori quotidiani per via di alcune analisi su prodotti ortofrutticoli lavati ed imbustati dalle quali è emersa la contaminazione di batteri e pesticidi. Già nel 2012 l’Università di Torino infatti, esaminando cento insalate in busta aveva rilevato la presenza di Escherichia Coli in tre campioni. Successivamente, nel 2016 l’Università di Leicester aveva invece scoperto che il taglio delle foglie poteva favorire l’insorgenza della Salmonella.

Il presidente del Gruppo IV Gamma dell’Unione Italiana Food Gianfranco D’Amico è intervenuto sulla questione per fare alcune precisazioni. Il gruppo IV gamma è un settore merceologico che raggruppa le aziende produttrici di questa specifica categoria alimentare, riconosciuto a livello europeo. Un’associazione nata appunto per tutelare e garantire la qualità degli alimenti nel settore. “Ogni azienda di IV gamma, con l’obiettivo di certificare e garantire la sicurezza alimentare, effettua annualmente su tutta la filiera produttiva migliaia di controlli. A questi si aggiungono le molteplici e continue verifiche ufficiali da parte degli enti preposti sulle aziende produttrici. Il quadro complessivo che ne risulta è assolutamente rassicurante” ha sottolineato D’Amico.

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Insalata in busta: è più sicura di quella dell’orto. Parola degli esperti

A confermare la veridicità di quanto affermato dal presidente, giungono specifici e concreti risultati di laboratorio elaborati dalla dottoressa Vania Petrone, docente di microbiologia degli alimenti e ricercatrice del dipartimento di scienze e tecnologie alimentari dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Le analisi compiute nel 2015 dagli Istituti Zooprofilattici e l’Istituto Superiore della Sanità su 2.532 campioni venduti in Italia, hanno evidenziato evidenziato che i vegetali in busta pronti al consumo sono meno pericolosi di quelli freschi. Infatti è stata rilevata una minore incidenza di contaminazione da batteri patogeni, dal momento che questi ultimi non vengono sottoposti ad alcun lavaggio o trattamento prima della vendita.

Tutta la frutta e la verdura appena colta vanta un potenziale rischio di risultare infetta: gli agenti responsabili sono l’Escherichia Coli, Listeria e Salmonella. Per abbattere sensibilmente la possibilità che questi sopravvivano intervengono i sistemi di lavaggio a livello industriale. Come spiega D’Amico questi consistono in due passaggi in vasche con un continuo ricambio di acqua potabile, a cui segue un trattamento più intensivo che abbatte completamente la carica microbica. Un sistema simile chiaramente, non è praticabile a livello domestico. Di conseguenza, quella che arriva nelle nostre case è un prodotto pulito, che non richiede ulteriori lavaggi.

L’importanza di una corretta conservazione del prodotto

Infatti come sottolinea la dottoressa Petrone, l’acqua corrente da sola non consente di eliminare il pericolo di contaminazione. “Bisognerebbe utilizzare un disinfettante a base di cloro perché il lavaggio risulti efficace, seguito da un risciacquo accurato in modo tale che, dopo la disinfezione, l’odore e il sapore del prodotto non risultino sgradevoli” sottolinea la microbiologa. Essendo sottoposti poi alla conservazione a rigide temperature, i prodotti sono ulteriormente garantiti dalla eventuale contaminazione, insieme al confezionamento che favorisce lo sviluppo di un’atmosfera povera di ossigeno. La catena del freddo è l’unico strumento veramente efficace per rallentare la crescita dei microbi, per cui per legge è sorto l’obbligo a carico delle aziende di produzione e distribuzione di garantirne la continuità attraverso il mantenimentocostante ad una temperatura inferiore agli 8 gradi centigradi. D’Amico tiene a spiegare che questa normativa è stata frutto di una battaglia durata anni e che l’Italia è l’unico paese ad avere in vigore una legislazione specifica di settore che contrastasse le manipolazioni illegali della materia prima.

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Indagini incomplete: inutile allarmismo?

A smentire parzialmente la veridicità degli studi della Università di Torino e di Leicester precedentemente menzionati, ci pensa la dottoressa Petrone. “Gli autori delle prime analisi avevano rilevato la presenza di Escherichia coli in tre campioni, senza però fornirne una stima quantitativa. Senza inoltre caratterizzare i ceppi isolati per valutarne il potenziale patogeno. Per quanto riguarda la seconda ricerca, quella dell’Università di Leicester, dimostra solo la potenziale pericolosità del liquido che fuoriesce dalle foglie di verdura tagliate. Queste, restando nelle buste di insalata, potrebbero essere un terreno fertile per la crescita di Salmonella” spiega.

Tra le varie specie di insalata, la rucola risulta uno dei vegetali più suscettibili di contaminazione. Ciò a causa  della particolare conformazione delle foglie, che essendo rugose in superficie favoriscono maggiormente l’adesione dei microrganismi. Per quanto riguarda invece i potenziali rischi per la salute umana derivanti dalla presenza di pesticidi, il discorso è differente.

I rischi derivanti dalla presenza di pesticidi: quali sono?

Il problema è emerso lo scorso marzo quando il mensile “Il Salvagente” ha reso noti ai consumatori i risultati delle analisi effettuate su dieci prodotti in busta. Questi sono di facile reperibilità nella grande distribuzione, quindi potenzialmente presenti anche nella vostra dispensa. In essi è stata appunto riscontrata la presenza di residui di trattamenti fitosanitari e cadmio. Essendo i primi presenti comunque entro i parametri di legge, l’unico reale rischio potrebbe derivare dal metallo pesante che è certamente cancerogeno. Tuttavia anche in questo caso, la quantità rilevata resta ben al di sotto dei limiti massimi previsti dalla legge. Nonostante ciò la microbiologa auspica uno sforzo produttivo più ampio per limitare sempre di più l’utilizzo di fertilizzanti in determinati settori produttivi.

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