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Stai mangiando più plastica di quanto credi: tutta colpa di questi accessori in cucina

Un oggetto più di tutti che spesso utilizzi in cucina porta ad un innalzamento importante dei rischi. Di quale si tratta e che cosa puoi fare per limitare i danni.

Da anni si parla della presenza invasiva delle microplastiche nelle nostre vite. E queste componenti nocive finiscono con l’inquinare acqua e cibo in tanti modi possibili. La loro fonte di origine è costituita dagli oggetti in plastica, che da decenni sono diventati onnipresenti nelle nostre cucine.

Leggeri, economici, facili da lavare e gestire anche in lavastoviglie e con un livello di sicurezza microbiologica che spesso viene considerato superiore ad utensili di altri materiali. Ora nuove ricerche sollevano seri interrogativi sull’uso quotidiano di specifici utensili in plastica e sul loro possibile ruolo nell’aumentare la contaminazione da microplastiche negli alimenti.

Qual è una delle principali fonti di microplastiche in cucina?

Quando si affetta un alimento su un tagliere di plastica – che sia carne, verdure o pesce – il taglio con il coltello può generare frammenti di plastica. Uno studio citato da “Time” ha stimato che ogni singolo taglio rilasci tra le 100 e le 300 particelle di microplastica. E quindi bisogna fare attenzione proprio ai taglieri di plastica, in particolare. Di queste particelle, circa la metà resterebbe sul tagliere, finendo nelle acque reflue al lavaggio.

Qual è una delle principali fonti di microplastiche in cucina? – ricettasprint.it

Mentre l’altra metà potrebbe trasferirsi direttamente nel cibo appena tagliato. Alcune analisi suggeriscono che questo trasferimento, se consideriamo il consumo abituale di vegetali o altri alimenti tagliati regolarmente, potrebbe tradursi in un’”assunzione di microplastiche non irrilevante” da parte delle persone. Ma come precisano gli autori, c’è il rischio di sovrastimare l’esposizione: molte delle particelle considerate “assorbibili” potrebbero essere in realtà troppo grandi per attraversare le barriere biologiche.

Un elemento chiave nella discussione è la dimensione delle particelle. Molti esperti ritengono che solo le particelle con diametro inferiore a circa 10 micrometri possano depositarsi nell’intestino o persino arrivare negli organi come fegato o tessuti profondi. Altri studi — per esempio su pesce e carne crudi lavorati da macellai e pescivendoli — suggeriscono una soglia un po’ più alta, fino a 15 micrometri.

Cosa accentua i pericoli da microplastiche?

Anche il tipo di alimento e la modalità di taglio contano. Tagli rapidi, energici, oppure su alimenti duri o fibrosi tendono a liberare più microplastiche. Con il tempo, e con l’usura del tagliere – specialmente se sottoposto a stress come detersivi aggressivi, calore, lavaggi frequenti in lavastoviglie – la superficie tende a degradarsi, aumentando la quantità di particelle potenzialmente rilasciabili.

Cosa accentua i pericoli da microplastiche? – ricettasprint.it

Il problema non si limita ai frammenti plastici. I materiali plastici utilizzati per i taglieri contengono additivi — plastificanti, stabilizzanti, ritardanti di fiamma — che possono migrare negli alimenti, soprattutto in presenza di calore (per esempio se si taglia un alimento caldo) oppure di grassi e condimenti oleosi.

Questo rincara la dose di potenziale rischio associato al consumo di cibi preparati su taglieri di plastica: non solo microplastiche, ma anche sostanze chimiche potenzialmente nocive. Studi su modelli animali — ad esempio topi nutriti con cibi preparati su taglieri plastici — hanno evidenziato effetti negativi come infiammazione intestinale e alterazioni del microbiota (disbiosi), mentre nei gruppi alimentati con cibi preparati su taglieri in legno questi cambiamenti non si sono verificati.

Quali sono le alternative per limitare i rischi?

Curiosamente, in questi esperimenti non sempre le microplastiche venivano rilevate negli organi degli animali, suggerendo che ad avere un ruolo potrebbero essere proprio gli additivi chimici rilasciati più che i frammenti plastici stessi. Alla luce di questi dati, è necessario un uso più consapevole degli utensili da cucina.

Una possibile strategia di compromesso che equilibra rischi microbiologici e chimici  è usare taglieri di plastica esclusivamente per carne e pesce crudi, e taglieri in legno per frutta, verdura e altri alimenti che non presentino rischi specifici. I taglieri in legno non sono esenti da criticità. Possono assorbire umidità e residui di cibo, e diventare terreno per batteri se non puliti correttamente.

Però se vengono lavati a mano, asciugati subito e sostituiti quando sono usurati (ad esempio se presentano crepe o segni scuri), possono rappresentare un’opzione accettabile e meno rischiosa rispetto al rilascio di microplastiche. In alternativa, esistono anche taglieri realizzati in altri materiali come vetro, acciaio o bambù, che risultano meno porosi e meno soggetti a degradazione e rilascio di particelle — anche se ciascuna di queste opzioni ha i suoi pro e contro e richiede attenzioni specifiche (per esempio: affilatura dei coltelli, rischio di scivolamento, danni al coltello, ecc.).

Salvatore Lavino

Classe 1985, giornalista pubblicista con una più che decennale esperienza nel settore e con migliaia di articoli prodotti in merito ai temi più disparati. Attualmente impegnato con diverse collaborazioni che trattano di vari argomenti, tra ecologia, cucina, sport, attualità, benessere e molto altro.

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